Nella serie Liquidi 1.0 il lavoro pittorico di Evita Andújar approfondisce le possibilità della sua pittura di creare stimoli visivi. Si propone esplicitamente un’idea di individuo e di quotidiano, una sensazione di velocità pittorica fugace e particolarmente intima. Si ottiene una sorta di vibrazione sottile.
Qualcosa di breve e qualcosa di vicino ci vengono incontro
Punto di partenza dichiarato dall’artista è il bombardamento mediatico: il disorientamento dell’individuo. Attraverso immagini apparentemente statiche viene mostrato un latente desiderio di trasformazione. È in atto un’indagine più profonda dell’individuo.
L’individuo vibra, si muove, rischia di perdere la sua identità e la sua presenza. Con il flusso continuo e incessante di dati e la sua dinamica anarchica, la rete pervade la nostra vita personale. La comunicazione sovrasta l’identità.
I cambiamenti introdotti mutano il concetto di tempo, c’è una nuova velocità con cui si muovono le informazioni. Non esistono più solide informazioni, bensì i resti liquidi di quello che fu.
La nostra vita è caratterizzata dall’ossessione compulsiva delle cose da fare, da vedere e da sapere, è stata trasformata da internet. È stata, talvolta, trasformata in internet.
Il mondo sembra dissolversi, ma rimane, resiste, vibra attonito e si avvicina al guardatore, quotidiano, forse distratto, forse stupefatto passante.
Questo lavoro reagisce a sua volta liquefacendosi, spostandosi, mostrandoci gli effetti di una sensazione sulla vita, sul mondo, sullo scorrere delle cose.

Fabrizio Pizzuto

“…lo stile figurativo iper-moderno, per così dire, della pittrice andalusa Evita Andújar, che nella serie “Liquidi” riflette sul cambiamenti del mondo conosciuto e su come le nostre certezze evaporino insieme a lui: il fluire incessante delle tante (troppe?) informazioni che pervadono la vita quotidiana dell’Uomo ha condizionato anche i nostri concetti del tempo e dello spazio, cosicché ogni cosa è diventata effimera, volatile, sfuggente. I ritratti della Andújar sono quasi un omaggio alla “società liquida” teorizzata da Zygmunt Bauman.”

Raffaella Salato

La dialettica della realtà nella pittura di Roberto Gramiccia

La pittura di Evita Andújar si colloca, a buon diritto, nel solco della tradizione più nobile del realismo spagnolo. Non è un caso che uno dei suoi maestri sia stato Antonio Lopez García. E, tuttavia, non fa difetto alla ricerca di questa artista un’originalità che non esito a definire sorprendente. Il suo rivolgersi al mondo, infatti, non solo mantiene quel legame con la realtà che distingue l’arte autentica dalle applicazioni più servili ai codici autoreferenziali del post-contemporaneo; non solo persegue quel processo veritativo che contraddistingue la migliore tradizione (“l’arte – come scrive Paul Klee – non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”); non solo piega e fonde, con sapienza e duttilità, codici espressivi diversi per confezionare un proprio personalissimo linguaggio unitario, ma, quel che più conta, è capace di mettere in scena la rappresentazione più efficace della vita nel suo divenire imprevedibile, contraddittorio, dialettico.

Non c’è dubbio che, a partire dai titoli dei cicli che scandiscono ormai da anni la sua investigazione, si appalesi una singolare analogia con il pensiero del grande teorico della società liquida: Zygmunt Bauman. L’artista definisce liquidi non per caso le sue opere. Come non vi è dubbio che, a prima vista, possano affacciarsi chiavi di lettura del suo lavoro che rinviano al dinamismo plastico futurista. E, ancora, che esista un’influenza attiva del cyberspazio, delle sue innumerevoli declinazioni attuali, nella sua produzione (soprattutto quella relativa all’ultima fase della sua ricerca, “Stolen Selfies”). Ma a mio parere tutto questo non basta a cogliere l’essenza di un’arte che, dietro un’apparenza seduttiva e metamorfica, lancia una sfida al fruitore, una sfida che avrebbe appassionato Galvano della Volpe, il teorico indimenticato della conoscenza e della razionalità applicata all’arte. Vediamo di capire in che cosa consiste questa essenza.

Gli interni apparentemente rassicuranti e borghesi, gli oggetti e i personaggi di Evita Andújar, costruiti attraverso il ricorso a gamme cromatiche delicate che ricordano il tonalismo dell’Ecole de Rome, sorprese episodicamente da incursioni di rosso e di colori più decisi, si mostrano lasciando intuire una stabilità (un esserci) che invariabilmente (o quasi) viene attaccata da una pratica destrutturante, viene sconvolta dal vortice di un gesto che richiama lo “scandalo” (rispetto alla pratica del realismo) dell’Informale. Ciò che ne viene fuori è una totalità, un intero. Un unicum in cui soggetto e oggetto non sono più, cartesianamente, due realtà autonome e distinte. “La cosa è io” diceva Hegel, il padre della dialettica moderna, per affermare nel più sintetico dei modi che la realtà, dialetticamente intesa, si pone come evento storico alla stregua di una totalità entro la quale il soggetto e l’oggetto non vivono di vita autonoma, ma partecipano di una reciprocità imprescindibile.

Evita Andújar non è un filosofo evidentemente. Ma è familiare, per chi abbia consuetudine con l’arte, la possibilità di incontrare artisti che “fanno filosofia” anche senza volerla fare. La fanno oggettivamente. In questo senso, oltre alla sapienza cromatica e luministica, oltre alla spericolatezza controllata (un ossimoro) del gesto, quello che colpisce in questa artista è la capacità di dare forma e consistenza a un concetto: la realtà è unica e indivisibile e si pone come un processo dinamico (storico) anche quando si manifesta nel privato delle stanze.

Ecco che il realismo della pittrice spagnola si stacca da terra e raggiunge il livello di un piano mentale alto, che regala spessore e peso al fascino delle immagini prodotte. La pittura di Andújar ci parla della caducità degli essenti (uomini, donne, esseri viventi in genere), del loro essere “modi” più o meno consapevoli di un Tutto unico, di una Sostanza primaria di cui sono parte. Si tratta di una grande verità messa in discussione ogni giorno dall’arroganza della società iper-digitale e tecno-scientista e dalle sue varianti (solo apparentemente più discorsive e democratiche) post-moderne. Il merito di questa artista è quello di ricordarcelo attraverso le seduzioni prodotte della sue pittura. Cedere a queste seduzioni è un modo di ragionare e apprendere mentre si prova piacere.”

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